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Goccia a goccia

Per questo anno è finita la kermesse veneziana che mi ha permesso di portare la testimonianza di GameSearch.it in una delle più belle città d’arte del mondo. Contemporaneamente a Los Angeles si è svolto l’E3 (massima summa del consumer show videoludico). Che vuol dire questo accostamento?
Che in entrambi i casi vedo delle difficoltà a procedere. Cerco di spiegarmi meglio nelle prossime righe.

A Venezia in veste di relatore ho avuto modo di raccontare i rapporti che, negli ultimi mesi, ho intrattenuto con alcune biblioteche italiane che vogliono riservare degli spazi, all’interno delle proprie strutture, ai videogiochi. E’ una cosa più difficile a farsi che a dirsi (più che una questione di fondi ci vedo una scarsa propensione al cambiamento, paura, burocrazia e molto altro), così come vedo ancora lontano il riconoscimento del videogioco come mezzo espressivo.
Proprio come diceva Debora Ferrari (curatrice artistica dell’evento veneziano) durante il suo intervento al convegno tenutosi lo scorso 15 Giugno 2015 sull’isola di San Servolo, “è un lavoro che stiamo portando avanti goccia a goccia”. Il guaio è che, dopo anni di sforzi (GameSearch.it ha aperto i battenti nel 2009), posso confermare che non si riesce a fare altrimenti: la società moderna ci ha abituato al ‘tutto e subito’ e per i videogiocatori appassionati è logico che i videogame siano cultura-arte-espressione-divertimeno… Ma per l’opinione pubblica e le istituzioni italiane è il contrario e la strada verso l’illuminazione mi pare ancora lunga e tortuosa.
E’ strano: mentre nel resto del mondo la questione sembra progredire più velocemente (i fondi degli stati a disposizione di chi crea videogiochi, gaming-zone nelle biblioteche americane e non solo, corsi professionali che mirano realmente a fornire agli studenti gli strumenti per essere competitivi sul mercato), in Italia passiamo ancora il tempo a chiederci se i videogame siano cosa buona e giusta oppure se siano strumenti di depravazione (è il caso di dirlo).

Sono consapevole che non è la ‘questione videogiochi’ il problema principale del nostro paese, ma accosto questa cosa a una tendenza che percepisco in tantissimi ambiti (sociali, culturali, politici, ecc) e che oggi non riesco più a tollerare:  non l’incapacità ma bensì la voglia di non aprirsi a qualcosa di nuovo, il non capire che per andare avanti bisogna cogliere le nuove possibilità, e non far finta che non esistano arrivando addirittura a temerle. In generale sono una persona che non ama le tradizioni, o meglio: rispetto e condivido il fatto che siano importanti (ci dicono chi e che cosa siamo), ma sono convinto che idolatrarle troppo lungo sia pericoloso perché ci si dimentica del resto.
E in questi tempi moderni le cose cambiano molto velocemente, restare ancorati al passato per come la vedo io equivale a restare indietro (meno possibilità, soprattutto per i più giovani).

Riferendomi invece all’ultimo E3, vedo delle difficoltà ad andare avanti perché, in fin dei conti, questa tendenza a non proporre qualcosa di nuovo (salvo pochissime eccezioni) l’ho vista anche in questa edizione del 2015. Si è vista tanta roba certamente spettacolare, ma a fare la voce grossa sono stati i soliti brand: Fallout 4, Uncharted 4, Doom 4, Gears of War 4, Street Fighter 5, il remake di Final Fantasy VII, l’ennesimo Zelda, Star Fox, Metroid, Assassin’s Creed ecc. Tutti nomi già noti da diversi anni, che anche dal punto di vista del gameplay non mi sembra abbiano molto da aggiungere.
Se è vero che (almeno secondo certi studi) l'età media del videogiocatore è di 30 anni, quanto siamo felici di vedere sempre i soliti eroi virtuali? Confesso che sono un po' stanco di vedere sempre gli stessi volti, preferirei davvero qualcosa di nuovo, magari non necessariamente nel gameplay, ma nelle storie da vivere, nei mondi da esplorare. Ad esempio se consideriamo tutti gli episodi usciti, i fumetti, i romanzi (e si prevede anche il film) in meno dieci anni, quanto è diventata intricata la vicenda di Assassin's Creed? Chi ci capisce davvero qualcosa?

Perfino il blasonato The Last Guardian, a parte la poesia che suscita, per quel poco che si è visto mi ha ricordato un po’ troppo ICO (in particolare nelle ambientazioni).
Quello dei videogiochi mi sembra sempre più un settore che muove numeri e quattrini da capogiro, ma cresciuto a tal punto da temere se stesso. Le idee nuove sono viste come un rischio, e quindi meglio far finta di niente e puntare  sulle vecchie glorie (per non parlare della moda attuale dei remaster di giochi che non hanno nemmeno 12 mesi di vita).
Almeno per il mercato sembra funzionare come mentalità, ma davvero si riuscirà a persistere su questa via?

Beh alla fine anche questo è un modo per accostare arte e mercato dei videogame.

Emanuele Cabrini

 

 

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