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Orphen: Scion of Sorcery

Il 24 Novembre 2000 arriva anche in Europa l’attesa PlayStation 2 e uno dei videogame disponibili al lancio è proprio Orphen: Scion of Sorcery, un action-rpg ispirato ad una serie di produzioni giapponesi (light novel, manga e anime) arrivate anche in Italia a partire dal 1998.

IL MIO NOME NON E’ POTTER

Il protagonista di questa avventura è Orphen, un giovane abilissimo stregone che, per via del suo carattere ribelle e stravagante, ha abbandonato la gilda dei maghi per dedicarsi alla non tanto nobile professione di usuraio. E’ proprio cercando di recuperare i soldi prestati a Volcan (un simpatico piantagrane) che Orphen e i suoi due compagni di viaggio (il timido Magnus e la bella Cleo) intraprenderanno un viaggio che, in seguito ad un naufragio, li condurrà su un’isola misteriosa dove le leggi del tempo sembrano non esistere.
La storia in questo videogame viene narrata attraverso pochissime sequenze in stile anime (peccato perché sono molto curate) e una moltitudine di brevi siparietti realizzati con la stessa grafica del gioco. Questi ultimi spezzano in continuazione l’azione aggiungendo, il più delle volte, soltanto particolari irrilevanti ad una trama non particolarmente intrigante che sembra tirata per le lunghe. A un certo punto dell’avventura saremo infatti chiamati a decidere quale personaggio secondario aiutare (Sephy la danzatrice, Mar il musicista o Zeus il mercenario), costringendoci ad affrontare il gioco per tre volte per scoprire tutti i risvolti della vicenda ed accedere al vero finale. Operazione che risulta abbastanza tediosa in quanto, come vedremo nelle prossime righe, anche il gameplay sembra solo la bozza di un progetto che avrebbe meritato maggior attenzione.

QUASI AD OCCHI CHIUSI
Giunti sull’isola misteriosa Orphen: Scion of Sorcery svela la sua vera natura: un mix di piattaforme tra cui saltare alla ricerca di pozioni e oggetti (piuttosto inutili visto che abbiamo portato a termine l’avventura senza quasi mai aprire l’inventario), puzzle-solving e combattimenti. Il sistema di battaglie prevede l’utilizzo di armi e incantesimi elementali di attacco e di difesa che, almeno in teoria, andrebbero combinati a seconda dei punti deboli dei nemici. In realtà (complice anche una telecamera che in certi scontri crea confusione) una volta presa dimestichezza con il gioco ci accorgeremo che la maggior parte degli avversari potremo abbatterli utilizzando sempre la solita strategia. I combattimenti (quasi tutti scriptati) risultano presto ripetitivi.

DALLE STELLE ALLE STALLE
Non particolarmente convincente il lavoro grafico: anche se, all’epoca, eravamo solo all’inizio dell’era 128-bit Sony, dopo un primo epico scontro con un boss tra le cime degli alberi di una nave (fatto di telecamere dinamiche ed effetti speciali) l’intero comparto estetico sembra perdere colpi. Si ha come l’impressione che si sia voluto ingolosire il giocatore: infatti una volta arrivati sull’isola (dove si svolge il 95% dell’avventura) ci ritroveremo in ambienti poveri di dettagli, fatti di texture poco azzeccate e a bassissima risoluzione, e dal level-design non particolarmente ispirato.
Se si esclude quelli del protagonista e di alcuni mostri, anche i modelli poligonali dei personaggi sono fin troppo cubettosi e anonimi.
Il comparto audio si attesta nella media: buono il doppiaggio in inglese (è bene ricordare che non ci sono nemmeno i sottotitoli in italiano), mentre le musiche e gli effetti sonori (pur non essendo memorabili) si inseriscono bene nel contesto.

Come spesso accade per i videogame che devono accompagnare il lancio di una console Orphen: Scion of Sorcery è un videogioco che sembra realizzato con una certa fretta e che risulta peccare sotto diversi punti di vista. Si tratta di un titolo ripetitivo, che pochi avranno la pazienza di portare a termine per ben tre volte per accedere alla vera sequenza finale dell’avventura.

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di Emanuele Cabrini

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