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Doom 4

Torna uno dei videogame iconici degli anni ‘90, dopo un periodo di sviluppo burrascoso che ha costretto più volte il team di sviluppo a ripartire da zero, cambiando anche tecnologia. Ma alla fine id Software ce l’ha fatta. Torno su Marte, anche se in realtà non ci sono mai stato. Perché io, al primo Doom, non ho mai giocato. Ma in realtà è come se lo avessi sempre fatto.

IMPARARE DAL PASSATO
Se c’è una cosa che mi ha colpito di Doom è l’immediatezza. La voglia di andare dritti al sodo, l’assenza di preamboli. Sei su un tavolo operatorio e fuori dalla stanza c’è letteralmente l’inferno. In un attimo ti liberi, impugni una pistola - di quelle sostanziose, non quella sfigata che ti rifilano all’inizio di tutti i videogame - e sai già cosa fare: far fuori tutto quello che si muove. Che guardacaso sono i demoni invasori, che hanno trasformato in loro simili tutti gli abitanti della base UAC su Marte. Banale? Sicuramente. Funzionale? Altrettanto. La reputo una grande lezione dal passato: la semplicità paga. Potreste pensare che sia un giudizio troppo tenero solo perché si chiama “Doom”, ma come vi ho detto non ho giocato i precedenti. E allora perché tanto entusiasmo? Perché Doom è sì semplice nel concetto, ma è anche fondato su una meccanica di gioco accattivante come pochi. E’ come essere in un motore perfettamente oliato, dove tutti gli ingranaggi funzionano alla perfezione.
In Doom domina l’azione frenetica: corri, spari, schivi, salti, tutto a doppia velocità, quasi senza prendere fiato. Basta con le armature che ricaricano l’energia dopo qualche secondo, basta con l’incedere sicuro nei territori ostili. Se vuoi vincere devi essere più veloce del tuo avversario, più intelligente e più temerario. Basti pensare alle uccisioni epiche, l’unico modo per recuperare energia. Riempi il nemico di piombo finché non barcolla, dopodiché ti avvicini e lo finisci con una mossa degna delle fatality di Mortal Kombat (è un PEGI 18 mica per niente, la violenza qui è altissima).
Mentre per recuperare munizioni devi ricorrere alla motosega, sempre nell’incertezza di un corpo a corpo che potrebbe rivelarsi fatale. Insomma, giocare a Doom è un danza: ti tieni a distanza, ma non troppo, perché per sopravvivere devi anche vedere il tuo nemico negli occhi! Il tutto senza mai ricaricare, proprio come ai vecchi tempi, e ricorrendo a un arsenale di armi davvero soddisfacente.
L’influenza degli anni ‘90 c’è e nel 2016 ha il sapore delle grandi novità.

PENSARE AL PRESENTE
Non pensiate che Doom sia solo un amarcord. Sebbene i programmatori abbiano voluto fare un salto alle origini, sanno bene cosa serve per un videogioco moderno. Fin dalle prime battute l’azione si alterna con un po’ di tensione e strizza l’occhio all’esplorazione grazie ai livelli ben congegnati. Ampi, ricchi di deviazioni e di segreti, vi permettono di approcciare gli scontri a fuoco come preferite e di andare in cerca dei collezionabili o delle nuove armi. Che potete potenziare a piacimento, come nel caso dell’armatura, ma solo raccogliendo dei particolari abilitatori sparsi qua e là. Potenziamenti radicali, come nel caso del fucile a pompa, dove potete scegliere se utilizzare un colpo caricato o un tris di proiettili per aumentarne il raggio. Mentre girovagate potreste anche imbattervi in una delle mappe dei Doom originali... e nel frattempo che ne dite di tenere un’occhio sulle sfide, così da guadagnare bonus aggiuntivi? A conti fatti, Doom è uno sparatutto in prima persona piuttosto lineare, ma che incentiva anche a esplorare ogni anfratto della mappa. A proposito di mappe, se siete dei creativi porete sbizzarrirvi anche con la nuova modalità SnapMap, un editor di livelli per partite in solitaria, in cooperativa o anche competitive. Altrimenti non manca il multiplayer online, completo di tutte le opzioni e modalità di gioco che siete abituati a vedere nei titoli più blasonati. Giocare online non è il mio forte, ma devo ammettere che nonostante la varietà delle opzioni, non ho trovato la spinta “innovativa” che invece mi ha fatto tornare alla campagna per oltre 10 ore. Fra deathmatch tutti contro tutti o a squadre e modalità a obiettivi, non c’è nulla che non abbiate già visto in altri titoli. Anche se iniziare la partita con un bel lanciarazzi non è cosa di tutti i giorni.

UN OCCHIO AL FUTURO
Negli anni ‘90, id Software regnava quasi incontrastata quando si parlava di tecnologie grafiche. Nel decennio scorso i riflettori si sono spostati sull’Unreal Engine di Epic Games, ma la idTech non ha mai deluso le aspettative, puntando tutto sulla fluidità. Anche senza il guru John Carmack al comando (ora è in Oculus VR) il nuovo motore idTech 6 lascia a bocca aperta. Ci sono tanti effetti grafici, la realizzazione è davvero apprezzabile, ma soprattutto tutto gira in maniera molto fluida. Con poche eccezioni, la versione per Xbox One che ho provato si mantiene sui 60 fotogrammi al secondo, una fluidità necessaria per assecondare la frenesia dei combattimenti. Tutto questo grazie alla risoluzione dinamica, che privilegia cioè l’efficienza del motore grafico abbassando la risoluzione del gioco quando necessario.

Non essendo appassionato della serie, ho vissuto l’arrivo di questo nuovo Doom con una leggera curiosità. E trovarmi completamente rapito grazie alla campagna frenetica e magistralmente coreografata è stata una rara sorpresa. A ogni stanza che ho visitato ho sentito scattare un ingranaggio. Uno dei tanti che che permettono a Doom di funzionare. Tutti perfettamente oliati per farci vivere un’esperienza che parte dal passato, ma che con questa qualità mi auguro ci accompagni anche in futuro.

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di Raffaele Cinquegrana

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Trailer di Doom 4

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